lunedì 16 aprile 2012

Il Vangelo del Martedì 17 Aprile 2012

Dal Vangelo secondo Giovanni (3,7-15) anno B.
In quel tempo Gesù disse a Nicodèmo: “Non ti meravigliare
se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto.
Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove
viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».
Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?».
Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose?
In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo
e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete
la nostra testimonianza.
Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?
Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo.
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo,
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Parola del Signore.

Povero Nicodèmo!
Le parole di Gesù devono averlo sconvolto e toccato, visto che egli si trova completamente
disorientato di fronte alla richiesta di Gesù di dover rinascere dall’alto.
Ma cosa significa veramente?
Gesù vuole fargli capire che nonostante tutta la sapienza e la preparazione che ha,
per capire davvero i misteri di Dio e la sua persona, è necessario lasciarsi investire di una
conoscenza nuova, che è dono di Dio e che nessun maestro al mondo può dare.
Anche noi dobbiamo capirle queste cose, non solo Nicodèmo,
e per riuscirci meglio bisogna pregare.

Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in
cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo
ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il
frutto del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata.

domenica 15 aprile 2012

Il Vangelo del Lunedì 16 Aprile 2012

Dal Vangelo secondo Giovanni (3,1-8) anno B.
C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei.
Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro
venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui».
Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto,
non può vedere il regno di Dio».
Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio?
Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?».
Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito,
non può entrare nel regno di Dio.
Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito.
Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto.
Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va:
così è di chiunque è nato dallo Spirito». Parola del Signore.
Nicodèmo è portato da Gesù a fare un cammino di consapevolezza che lo porti ad assumere
un modo di pensare completamente nuovo, rispetto al suo mondo religioso.
Si tratta di nascere nuovamente, di rinascere dall’alto.
Ciò non è possibile se prima non ci si lascia guidare dallo Spirito; è Lui che apre il cuore
ad una comprensione nuova del mistero di Dio.
Chiediamo continuamente a Dio il dono dello Spirito; va richiesto continuamente per fare tesoro
dei suoi lumi.
Continuiamo a chiedere aiuto allo Spirito, per comprendere meglio Dio,
facciamolo attraverso la preghiera.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il
frutto del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata.

sabato 14 aprile 2012

Il Patrono dei ritardatari, San Tommaso

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31) anno B.
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato,
mentre le porte del luogo dove
si trovavano i discepoli per paura dei Giudei erano chiuse, venne Gesù,
stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”.
Detto questo, mostrò loro le mani e il costato.
Si rallegrarono i discepoli, vedendo il Signore.
Poi disse di nuovo: “Pace a voi!
Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”.
Detto ciò, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimettete i peccati, sono loro rimessi; a chi non li
rimettete non saranno rimessi”.
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo,
non era con loro quando venne Gesù.
Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”.
Ma egli rispose loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e
non metto il dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”.
Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa e Tommaso stava con loro.
Venne Gesù a porte chiuse, stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”.
Poi disse a Tommaso: “Metti il tuo dito qui e guarda le mie mani;
porgi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”.
Rispose Tommaso e gli disse: “Signore mio e Dio mio!”.
Gesù gli disse: “Perché mi hai visto, hai creduto?
Beati coloro che hanno creduto senza vedere!”. (Giovanni 20,19-29).

La gioia cristiana è una tristezza superata, dicevamo.
Ma non è una conquista immediata, ne semplice.
La paura, il dolore, la nostra imbecillità, gli eventi della vita,
possono ostacolare, o addirittura impedire, questa conversione.
Alla fine della guida di un gruppo di pellegrini al Santuario dell’Amore Misericordioso,
chiesi cosa avevano scoperto nella spiegazione del Crocefisso di Gesù Amore Misericordioso.
Una ragazza mi disse: “Per me, la gioia è la consapevolezza di essere amata dal
Signore con tutti i miei difetti!”.
Le apparizioni del Risorto, sono una conferma di questa intuizione.
La gioia cristiana è più scelta che emozione, più adesione che sentimento.
La pace che porta il Risorto, indica bene di cosa stiamo parlando.
C’è una differenza però, che noi bravi cristiani, quando sentiamo parlare
di pace e di fede….pensiamo al cimitero! Che tristezza!
No, la pace di cui parla il Signore risorto è la pace del cuore,
la consapevolezza di essere nella mente di Dio, la scoperta del progetto che Dio ha su di noi,
capire qual’è la ragione della mia presenza, in questa valle di lacrime.
I discepoli gioiscono nel vedere il Signore, ci dice Giovanni.
Ma c’è una storia, che tutti conosciamo, che spalanca il nostro cuore alla commozione.
È la storia di Tommaso, il più credente dei discepoli.
LETTERA A TOMMASO.
CARO TOMMASO.
Fa strano scriverti una lettera, ma ho deciso, dopo tanti anni,
di schierarmi formalmente e solennemente dalla tua parte.
Mi spiego meglio.
Ogni anno, dopo la gioia della festa di Pasqua, puntualmente ti ritroviamo col Vangelo che ti riguarda.
Giovanni ci dice che il fatto, o meglio il fattaccio, è accaduto otto giorni dopo l’apparizione di Gesù a
porte chiuse nel Cenacolo, la sera di Pasqua.
Ora; sono stufo di vederti descritto come un incredulo.
Su di te abbiamo addirittura composto un proverbio: “Tommaso, che non ci crede se non ci mette il naso” e,
così sei arrivato fino a noi con la falsa nomina di incredulo.
È il nostro consueto modo di leggere il Vangelo, col cervello in stand-by,
ascoltando come se fosse una pia ed edificante favoletta, senza la voglia di approfondire
ciò che dovrebbe nutrire la nostra vita e la nostra fede.
Eppure, Tommaso, leggendo bene il racconto di Giovanni, si capisce subito che tu al Rabbì
ci avevi creduto, fin troppo, più degli altri.
D’altronde, le uniche due volte in cui si parla di te nel Vangelo,
hai dimostrato fegato ed entusiasmo.
La prima volta Gesù decise di salire a Gerusalemme, ignorando la pessima aria che tirava.
Il rischio era reale; Gesù era malvisto dal Sinedrio che già complottava per farlo arrestare;
malgrado questo, il Maestro decise di rischiare.
Tu, Tommaso, dicesti: “Andiamo a morire con Lui!” (Giovanni 11,16).
Poco dopo, quando Gesù parlò del suo destino, e chiese di essere seguito, tu gli chiedesti:
“Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”,
alche, Gesù ti rispose: “Io sono la via, la verità e la vita” (Giovanni 14,5-6).
Poi, quelle maledette quarantotto ore.
Tutti voi, Tommaso, eravate impreparati, increduli o distratti.
La croce vi era piombata addosso come un treno in corsa, vi aveva spezzato l’anima, aveva travolto tutto.
Non foste capaci di fare il benché minimo gesto, nessuna reazione, solo la paura e il dolore,
la disperazione senza fine.
Incredulo tu? Andiamo!
Piuttosto credulone, con l’entusiasmo che ti contraddistingueva tra i Dodici.
Sai, Tommaso, mi sono riconosciuto molte volte in te; ti ho visto nel volto di molti fratelli
scoraggiati e delusi, dopo aver dato l’anima per un sogno, un progetto.
E ho capito che più voli in alto e più—cadendo—ti fai del male.
La croce, per te inattesa, aveva inchiodato il tuo Maestro e la tua vita, messo fine al tuo sogno.
E ti vedo—sbalordito, a bocca aperta con gli occhi sbarrati—che ascolti i tuoi compagni.
Le tue ferite sanguinano copiosamente e questi—gioiosi—ti raccontano di averlo visto vivo, risorto.
Non sai credere a quello che dicono, e soprattutto, di chi te lo dice.
Giovanni, che c’era, ha scritto solo la prima parte di ciò che hai detto, la frase durissima del:
“Non crederò” è stato delicato Giovanni; e non ha riportato le tue altri frasi,
dette con la voce rotta dalla rabbia e dalla voglia di piangere.
Ma io immagino quello che hai detto, perché da uno come te pieno di amore non
potevano che essere: “Tu Pietro? Tu Andrea?....e tu Giacomo?
Voi mi dite che Lui è vivo?
Siamo scappati tutti, come conigli; siamo stati deboli, non abbiamo creduto!
Eppure, Lui ce l’aveva detto, ci aveva avvisati.
Lo sapevamo che poteva finire così, e non gli siamo stati vicini,
non ne siamo stati capaci.
Ora, proprio voi, venite a dirmi di averlo visto, vivo?
No, non è possibile…come faccio a credervi?”.
Sai, Tommaso; hai ragione!
Incontro spesso persone come te, feriti dalla pessima testimonianza di noi discepoli,
scandalizzati dal baratro che mettiamo tra la nostra fede e la nostra vita,
increduli a causa della nostra piccolezza.
Noi, discepoli del Maestro, che invece di essere trasparenza del Risorto,
ci nascondiamo dietro ad un dito, dalla paura di farci riconoscere,
piuttosto che radiosi dalla luce che ci ha avvolti e cambiati.
Quanti ne conosco come te, Tommaso!
Brava gente, ma turbati dal nostro poco entusiasmo.
Ma—e questo è stupefacente—Giovanni ci dice che otto giorni dopo eri ancora con loro.
Non li hai mollati come a volte vedo fare, non ti sei sentito superiore o migliore.
Hai voluto condividere la tua amarezza con loro, non hai pensato di fare marcia indietro
vedendo che ormai tutto era compromesso e magari preso anche in giro dai tuoi amici.
E hai fatto benissimo; apposta per te è venuto il Maestro; vedi come ti ama!
Lo vedi, ora; è lì, apposta per te.
Ti mostra le sue piaghe, il costato. Poi sorride e ti parla.
Lo so bene, Tommaso, e scusa se facciamo dei commenti discutibili;
quella frase bellissima non è un rimprovero,
Gesù non ti sta rinfacciando la tua incredulità, macchè.
Le sue parole sono un immenso gesto d’amore.
Mostrando il palmo delle mani trafitte, ti sussurra: “Tommaso, so che hai sofferto tanto.
Guarda; anch’io ho sofferto…!”.
E ti sei arreso, finalmente.
Hai lasciato la diga del pianto rompere gli argini, ti sei lasciato travolgere dall’amore e dalla fede,
ti sei buttato in ginocchio e tu, primo tra i Dodici, hai osato dire ciò che nessuno,
prima aveva osato neppure pensare:
“Gesù è Dio!”.
Senti, Tommaso, io ti voglio un sacco di bene e ti ringrazio per la tua fede sincera.
Non credo sia un caso il fatto che il nostro comune amico Giovanni ti abbia
soprannominato “Didimo”, cioè gemello; davvero mi assomigli.
Voglio affidarti, caro mio gemello, tutti quelli che--come te—non si sono ancora arresi al Signore,
tutti quelli insomma, bastonati come te.
E anche gli scandalizzati da noi cristiani; che guardino a Cristo,
piuttosto che ai suoi fragili discepoli.
Hai abbandonato il tuo dolore, restando con la comunità, senza scandalizzarti dei tuoi limiti e
di quelli dei tuoi fratelli di ventura.
Hai superato il dolore quando, lo hai saputo condiviso dal Maestro,
quando lo hai sentito dietro alle spalle del tuo Dio.
Ciao, uomo dalla grande fede sincera.
Tommaso ha scoperto che la gioia cristiana è riconoscere nel dolore assunto da Dio
un gesto d’amore e di condivisione.
Fidandosi della comunità, Tommaso incontrerà il suo Dio e Signore.
allora facciamo come Tommaso, mettiamo le dita nelle piaghe di Cristo e,
troveremo il suo Amore e la sua Misericordia.
Santa Domenica in compagnia del nostro gemello, ciao amici, da Fausto.

venerdì 13 aprile 2012

Il Vangelo del Sabato 14 Aprile 2012

Dal Vangelo secondo Marco (16,9-15) anno B.
Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato,
apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni.
Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto.
Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere.
Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano
in cammino verso la campagna.
Anch'essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche
a loro vollero credere.
Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa,
e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore,
perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato.
Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.
Parola del Signore.
Due elementi fanno di questo brano evangelico una vera e propria perla; da un lato l’ostinazione
dei discepoli i quali, di fronte alle diverse testimonianze ricevute, non vogliono credere.
Su questa incredulità ostinata splende però la luce di Cristo, il quale compare davanti a loro
per dissipare ogni dubbio.
Egli li rimprovera, e poi li manda; è una ulteriore attestazione di fiducia in essi.
Nonostante la durezza del nostro cuore, il Signore non ci rinfaccia le nostre manchevolezze,
ma continua a chiamarci per collaborare con Lui.
Se vogliamo diventare collaboratori di Cristo, dobbiamo lasciarci guidare da Lui e per riuscirci
dobbiamo pregare.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in
cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo
ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il
frutto del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata.

giovedì 12 aprile 2012

Col Cuore a Emmaus.

Meditiamo ora, anzi sfogliamo la stupenda pagine di Emmaus.
Vorrei qui invogliarvi a contemplare un poeta, questo poeta è Gesù.
Gesù che tutto annota, di tutto si commuove, di tutto fa tesoro:
“Un giglio nel campo, un tralcio nuovo sul tronco della vite,
i pulcini sotto le ali della chioccia, una pecora che si smarrisce,
un agnello appena nato, il fico che non fa frutto, le campagne ricoperte
di messi e di spighe bionde, l’acqua viva dei torrenti.
Gesù conserva tutto nel cuore, per restituircelo in parabole,
in paragoni, con un’efficacia e una attrattiva misteriosa.
Perciò sarebbe giusto che tutti noi spalancassimo l’animo alla sensibilità di Gesù, alla sua capacità
di amare tutti noi, alla sua capacità di istruirci attraverso le sua Parola.
Dobbiamo far si che il nostro ascolto delle sue parole non sia mai banale, superficiale, ma intenso,
sempre fervido, che la lettura delle pagine Sacre ci convertisse ogni volta, e ogni volta ci faccia
ardere il cuore come ai pellegrini di Emmaus.
Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette
miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto.
Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro.
Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.
Ed Egli disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?”.
Si fermarono col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: “Tu solo sei così forestiero
in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”.
Domandò: “Che cosa?”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta
potente in opere e parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri
capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi lo hanno crocifisso”.
(Luca 24, 13-20)
Penso che la pagina di Emmaus tocchi in profondità ciascuno di noi.
È una delle pagine più belle di San Luca,
Da tutto il racconto traspare che il personaggio senza nome è l’autore stesso del Vangelo, Luca.
Lui e Cleopa sono i protagonisti di questo episodio che ha sconvolto non soltanto la mentalità
dei due discepoli, ma anche la mentalità degli apostoli, ma credo che riesca a sconvolgere
tutti coloro che si fermano davanti a questa pagine.
Il Vangelo ci presenta una strada, ci presenta due uomini che camminano su questa strada,
tristi, avviliti, sfiduciati.
La strada di Emmaus parte da un punto, quello delle speranze morte, le speranze infrante.
Quella strada, la strada che va verso Emmaus, è un po’ la strada di ciascuno di noi, è un po’
la strada della nostra civiltà, è un po’ la strada della nostra mentalità, la strada del mondo
di oggi che cammina all’insegna del pessimismo, dell’amarezza, dello scoraggiamento.
Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele, dicono i due pellegrini.
Quanta amarezza in questa espressione dei due che camminano!
E camminano tristi al tramonto del giorno in cui è esplosa la Resurrezione.
È l’assurdità dei cristiani spenti, che camminano sulle strade del mondo portando la tristezza,
mentre Cristo è risorto, mentre Cristo è vivente.
Alcune donne ci hanno sconvolti…. sono venute a dirci di avere avuto anche una visione di angeli,
i quali affermano che Egli è vivo…!
Mentre Cristo è vivo due uomini lo fuggono, si allontanano dal centro della città per restare
soli con la loro delusione.
Ma Cristo cammina dietro a loro.
Loro, quasi non se ne accorgono.
Forse un’ombra si intreccia fra le loro ombre, forse c’è un rumore di sassi dietro i loro passi,
ma loro non se ne accorgono
Finche Cristo prende l’iniziativa: “Che discorsi sono questi che vi scambiate?”.
I due si fermano, tristi: “Tu solo vieni da Gerusalemme e non sai che cosa è successo?
Un uomo nel quale si ponevano tutte le speranze….. e anche noi speravamo…..è stato crocifisso”.
Allora Gesù li riprende con dolcezza.
E credo che questo sia un profondo insegnamento per ciascuno di noi; li riprende e con loro sfoglia,
se vogliamo, le pagine della Sacra Scrittura.
Cominciando da Mosè e dai profeti, spiega tutto quello che riguarda il Messia e la sua sofferenza:
“Non bisognava che il cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua Gloria?”.
Il Rabbì di Nazareth è risorto anche come Maestro.
Sulla strada che porta al villaggio di Emmaus, i due disorientati pellegrini ne sentono
poco a poco l’ineffabile calore e l’efficacia.
Qualcosa comincia lentamente a disegnarsi nella mente dei due; e arrivano a Emmaus.
È il tramonto e la notte arriva in fretta, è necessario fermarsi in questo piccolo villaggio;
ma lo straniero fa come se dovesse proseguire.
Allora sgorga dal cuore di questi discepoli una preghiera: “Resta con noi Signore, perché si fa sera!”.
E la sera si fa per tutti noi, c’è su tutte le giornate umane una sera; c’è sulle civiltà che muoiono,
c’è sulla storia che passa, c’è sulla vecchiaia che avanza, sui capelli che imbiancano,
sulle sofferenze che incombono.
Su ogni strada si fa sera, per tutti.
Non esiste vita umana che non abbia una sera; se non altro, la sera della delusione, la sera
dell’amarezza, la sera dei limiti, la sera nella quale ci si accorge che le creature non sono che creature.
Non è un po’ la strada di tutti, la strada di Emmaus?
Nessuno di voi ha fatto l’esperienza della tristezza, dell’amarezza, della speranza morta?
Nessuno di voi ha conosciuto l’umidità delle lacrime nella notte che scendono?
E nessuno di voi vorrebbe scoprire in questo momento l’urgenza di dire: “Resta con noi”,
a questo Qualcuno che ci fa toccare i nostri limiti, che ci fa incrociare le nostre solitudini?
E allora, diciamoglielo ora, insieme, diciamolo qui a Lui, l’Unico, il Necessario:
“Rimani con noi, Signore!”.
Non perché oggi si è fatta sera, ma perché si fa sempre sera in noi, intorno a noi,
nel nostro cuore e nel cuore degli altri.
È una preghiera se vogliamo, dolcemente interessata, d’altra parte è la preghiera genuina che fiorisce
sulle labbra umane toccate dalla sera. Ma Cristo ascolta anche questa preghiera e rimane con noi.
Ce lo dice San Luca, il pellegrino di Emmaus.
Cristo rimane e ci porta ad un appuntamento; ci dà appuntamento ad una mensa.
La sua proposta, dopo averci fatto comprendere il senso delle Scritture, è il traguardo finale verso
cui le Scritture portano; la Cena dove si spezza il Pane; l’Eucaristia.
Dice il Vangelo: “Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.
Ma Lui scomparve alla loro vista.
A questo punto c’è un gesto, ed è l’ultimo gesto che questi due discepoli compiono.
Hanno imboccato questa strada all’insegna della delusione, tornano indietro su questa
stessa strada all’insegna dell’entusiasmo.
Ritornano a Gerusalemme per dire a tutti che Cristo è veramente resuscitato, che Cristo è vivo,
che lo hanno veduto e gli hanno parlato!
È questo gesto che bisogna ripetere tutti.
Quando uno ha scoperto Cristo non può non correre, anche se è lontano come era
lontano il villaggio di Emmaus; anche se è notte, deve correre, deve andare dagli altri per dire:
“Il nostro cuore ardeva mentre ci spiegava le Scritture e lo abbiamo riconosciuto allo spezzare del Pane”.
Corriamo anche noi verso gli altri!
Quanti hanno bisogno di sentire che c’è Gesù!
Molti sono ancora all’imbocco della strada, molti sono ancora lontani da quella mensa.
E allora torniamo indietro a dir loro: “C’è Gesù che cammina sulla strada, c’è Gesù con te”.
Non dare testimonianza agli altri che Cristo è risorto; sarebbe un tradimento a Cristo,
sarebbe mettere ancora una volta una pietra fredda sul sepolcro della sua Resurrezione,
sarebbe soffocare la Resurrezione.
Se avete visto Gesù, se lo avete scoperto, se Lui ha camminato con voi, se avete sentito il vostro
cuore ardere, palpitare mentre Lui vi parlava, allora dovete sentire il bisogno di dirlo agli altri.
È questa la consegna di Emmaus.
“Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni
da quando queste cose sono accadute……..!
Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne,
ma Lui non l’hanno visto”. (Luca 24, 21-24)
Abbiamo ascoltato che i due pellegrini di Emmaus sono fuggiti da Gerusalemme, sono fuggiti
dal prodigio della Resurrezione senza volersi rendere conto che la storia è trasformata.
Se ne tirano fuori perché sono soli.
Abbiamo parlato più volte della solitudine.
Esiste una solitudine che è la più terribile, ed è la solitudine con noi stessi.
Questi uomini sono soli non perché non abbiano nessuno vicino; sono soli soprattutto perché
sono vuoti dentro, i loro orizzonti sono estremamente limitati.
Questa è la solitudine dei discepoli sulla strada di Emmaus.
Aspettavano la restaurazione del Regno di Israele e hanno avuto una disfatta.
Aspettavano forse posti di privilegio, magari nella reggia di questo Rabbì,
e invece sono stati testimoni della croce.
Allora fuggono amareggiati, quasi scandalizzati, e prendono la strada della campagna,
la strada dell’evasione.
Perché quando c’è solitudine dentro di noi, si evade.
Ci sono tante forme di evasione.
Ci sono le evasioni dal frastuono,
ci sono le evasioni dalle amicizie indesiderate;
ci sono le evasioni dalle telenovele;
ci sono le evasioni dalla TV spazzatura, ci sono tante evasioni.
Non c’è pienezza dentro di noi; e allora si va questuando fuori, questo qualcosa che ci manca dentro,
si cerca qualcosa, “per uso esterno”.
Noi andiamo sempre alla ricerca di una medicina per uso esterno; non vogliamo penare,
far fatica dentro di noi, e cerchiamo qualcosa che non ci faccia soffrire.
Non vorremmo far fatica a stare svegli e chiediamo ad una compressa che ci faccia dormire.
Non vorremmo fare il sacrificio di essere genitori e chiediamo di diventare assassini dei figli concepiti.
Non vorremmo sacrificarci per i nostri figli, perché c’è di mezzo la carriera,
perché si vuole essere indipendenti e allora bisogna per forza di cose lavorare in
due altrimenti i soldi non bastano per i divertimenti, allora si chiede aiuto agli asili nido,
alle tate per i figli che tante volte diventano le tate anche dei papà dei bambini, per poi
dividere la famiglia, tutto per colpa dei figli, quante colpe hanno questi figli!
Sempre dall’esterno le nostre evasioni, sempre all’esterno andiamo a elemosinare.
E così si cammina sulla strada che è la strada del vuoto, della solitudine.
Credo che ognuno di noi abbia sperimentato la solitudine delle evasioni da Dio.
Abbiamo puntato tutto sulla felicità umana, sull’onestà umana, sulla legge umana, sull’amore umano.
E invece quante cose sono scomparse,
o si sono infrante, o ci hanno lasciato!
Abbiamo creduto alle parole e le parole sono morte, ci siamo attaccati a qualcosa che non reggeva,
e ci siamo sentiti soli; mentre se vogliamo c’è una presenza tutta per noi.
C’è una presenza continua che si offre, che bussa ai cuori degli uomini, specialmente
quando i cuori degli uomini avvertono le delusioni, i crolli.
Cristo però è sulla nostra strada per risollevarci a sé e farci ardere il cuore.
Non dobbiamo perciò andare ad elemosinare fuori, all’esterno, la medicina che attende
di riversarsi in noi, di cambiare la nostra storia, di riscaldare il nostro cammino, ce l’abbiamo
a portata di mano è li assieme con noi che cammina con noi è Cristo Risorto.
Ed Egli disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!
Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”.
E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, Egli fece come se dovesse andare più lontano.
Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno già volge al declino”.
Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, o spezzò e lo diede loro.
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.
Ma Lui sparì dalla loro vista. (Luca 24, 25-31)
La sera della Pasqua, Gesù Risorto apparve ai discepoli che erano rinchiusi nel
Cenacolo per paura dei giudei.
Questa apparizione è molto importante per tutto ciò che il Signore dice e
promette alla sua piccola Chiesa.
Ma è estremamente commovente anche il fatto che a Gesù non sia bastato incoraggiare
gli Apostoli nel Cenacolo, ma che alla stessa ora Egli abbia voluto ricercare anche due pecorelle
smarrite, abbia voluto raccattare due dracme cadute, due anime disperse sui ciotoli di una strada.
Gesù fa tesoro di ogni anima.
E per due sole anime Egli prende la strada di Emmaus e sfoglia le Scritture.
Qui vorrei sottolineare una cosa significativa.
Cristo spiega le Scritture, è vero, ma i discepoli hanno soltanto bisogno di capirne il senso,
di saperle interpretare; non sembra che i due ignorino i testi Sacri.
Vuol dire che non sono come i cristiani di oggi, che hanno fermato la loro educazione religiosa
alla prima Comunione, crescendo nel corpo e rimanendo piccoli nell’anima.
Esiste una specie di squilibrio di cui noi tutti siamo vittime e protagonisti.
È lo squilibrio tra il nostro sviluppo fisico e il nostro sviluppo religioso.
Dal punto di vista religioso siamo purtroppo dei neonati immaturi.
Crediamo di sapere qualche cosa e non sappiamo nulla.
Quanta ignoranza!
Come sarebbe importante anche per noi ricominciare da Mosè e approfondire la Scrittura!
Ricordiamoci che la fede non è un sentimento.
Ricordiamoci che la fede non è una tradizione.
Ricordiamoci che la fede è una conquista.
Quando dico che non è un sentimento, dico che non è un palpito del cuore.
Quando dico che non è una tradizione, dico che non è un’abitudine.
E quando dico che è una conquista, dico che si tratta di far si che la nostra intelligenza
sia partecipe della nostra fede.
Si tratta di nutrire la fede non solo con il cuore, ma anche con la mente.
Quando ci tocchiamo la fronte facendo il segno di croce, quasi carichiamo questo legno
della croce sul nostro corpo, come per dire; la mia fede nasce qui, dalla mia fronte,
dalla mia intelligenza; poi diventerà fede che pulsa e che riscalda il cuore; e poi diventerà
luce operativa attraverso le mie braccia.
Soltanto dopo aver scoperto il Signore come Maestro, noi sentiremo che
Lui diventa per noi l’insostituibile, diventa per noi il rapporto irrinunciabile;
e questo rapporto avrà bisogno di sfogarsi in preghiera.
E non mi dite che non sapete pregare!
La preghiera non è una formula.
Ognuno prega come ama; e nella misura in cui uno ama, uno prega.
Perché la preghiera è un rapporto personale con questo “Tu, che è Dio; un rapporto irripetibile.
Non serve una scuola di preghiera, come non serve una scuola di amore; ognuno ha
un rapporto diverso con l’altro.
La meravigliosa sinfonia del paradiso, sarà ascoltare questo linguaggio diverso i ogni cuore
con il suo Dio, di ogni anima con Cristo.
Resta con noi, perché si fa sera!, pregarono i due pellegrini di Emmaus.
Ognuno ha la sua preghiera, come ognuno ha la propria anima, come ognuno ha la sua ora di Emmaus.
Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con
noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”.
E partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici
e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è Risorto ed è apparso a Simone”.
Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come lo avevano riconosciuto
nello spezzare il pane. (Luca 24, 32-35)
I due pellegrini di Emmaus tornarono a Gerusalemme per raccontare ogni cosa
agli Undici e a quelli che stavano riuniti con loro.
Il Vangelo di Luca si chiude qui.
Però vorrei invece, concludere con uno spunto particolare:
“Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte degli Ulivi…..
Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano…..
C’erano Pietro, Giovanni, Giacomo e Andrea……
Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune
donne e con Maria, la Madre di Gesù”. (Dagli estratti degli Atti degli Apostoli)
Dunque, si può dedurre che la presenza di Maria fra gli Undici non si è mai interrotta
in Gerusalemme, dal Golgota in poi.
La comunione con Maria è stata certamente il dolce grembo della Chiesa nascente.
Maria ha portato nel suo grembo la Chiesa come portò in sé Gesù concepito.
Maria è Madre di Dio e Madre della Chiesa.
Allora perché non pensare che Lei fosse nel Cenacolo anche quella sera di Pasqua,
quando i due viandanti trafelati e commossi arrivarono da Emmaus?
Sì, Maria era là, mentre i due riferirono ogni cosa, la loro tristezza iniziale e poi l’esplosione
della loro gioia per aver incontrato e riconosciuto Gesù.
Mi pare particolarmente toccante immaginare Maria che ascolta il racconto dei due
pellegrini e partecipa al loro entusiasmo, alla loro letizia, al loro stupore.
Si è detto che la strada di Emmaus è la strada di tutti gli uomini, è la strada di tutti noi,
la strada dove Gesù si accompagna a noi.
Ora vorrei aggiungere che sulla nostra strada, sul percorso dei nostri dolori e delle
nostre gioie, c’è sempre la presenza dolcissima di Maria.
Non pensate che Maria partecipi soltanto al nostro pianto, alle tristezze che tutti incontriamo
Maria partecipa anche alle nostre gioie.
Allora, la maternità di Maria è una maternità capace di godere dolcemente con coloro che godono.
Maria non attende le occasioni della sofferenza per avanzare verso di noi,
non attende i momenti dolorosi per farsi vicina.
Essa ci offre la sua materna partecipazione, la sua celeste tenerezza, anche
nei momenti della nostra gioia.
Essa implora l’intervento del suo Divino Figliolo non solo quando spera di evitarti la croce,
ma anche quando spera di ottenerci una gioia.
Essa è non solo la; “Consolatrice degli afflitti”, ma è anche la; “Causa della nostra letizia”,
è Colei che chiede al Signore di trasformare l’acqua in vino affinché la nostra festa sia piena.
Maria è la Madre di tutti i miracoli di Gesù sulla nostra strada.
E come là, nel Cenacolo, Essa brilla sulle tristezze e sulle gioie della Chiesa nascente,
possa Essa altrettanto brillare sul nostro cammino di fedeli!
Concludendo, si è detto che viene per tutti l’ora del buio interiore,
del dubbio e della delusione amara.
È questa l’ora di Emmaus ed è l’ora in cui Cristo, con dolcezza e tenerezza, ci accompagna suscitando
in noi il desiderio e la nostalgia di comprenderlo, il bisogno di sentirci ardere il cuore….
Anche noi abbiamo bisogno che la nostra mente si apra, perché anche noi siamo stolti e tardi di cuore……
Anche noi stentiamo ad accogliere pienamente la parola di Dio e a farla nostra.
Facciamo un esempio, quanti di noi possono dire di essere riusciti a leggere e a
capire tutto il Vangelo, e sentirsi in armonia con quello che si è letto.
Spesso invece non è così.
Anche nel Vangelo ci sono pagine che non siamo riusciti a fare nostre del tutto.
Perché? Perché siamo tardi di cuore!
Tardi a capire Gesù che ci rivela il Padre.
Ogni pagina del Vangelo trabocca di amore, ma noi non ce ne accorgiamo, non ne facciamo tesoro.
Per fare un esempio; prendiamo la parabola dei vignaioli.
A voler essere sinceri, un po’ di ragione gliela diamo a quei poveri operai della prima ora,
scontenti di vedersi retribuire come quelli dell’ultima ora;
“Stolti e tardi di cuore, potrebbe dire anche a noi Gesù”.
E siamo davvero duri di cuore, altrimenti ci sarebbe facile comprendere il cuore
del padrone della vigna; ai tempi della parabola, la paga giornaliera di un operaio
dei campi bastava appena a sfamare le necessità di una famiglia; il padrone della vigna
volle promettere il giusto agli operai della prima ora, ma volle andare incontro anche
a quei poveri disgraziati che non avevano trovato nessun lavoro per quel giorno.
Chi avrebbe sfamato quelle bocche se il padrone, invece di averne pietà,
li avesse pagati solo con una miseria?
Egli fu benevolo con tutti coloro che aveva trovato sulla sua strada, sia i fortunati
della prima ora che gli sfortunati dell’ultima ora.
Fu ugualmente buono con tutti, perché essi avevano tutti uguale
dignità e uguale diritto ad essere sfamati.
E noi, stolti di cuore, siamo così cattivi da giudicare ingiusto che gli
sfortunati vengano sfamati come noi?
Siamo così cattivi da giudicare giusto che mentre noi ci sfamiamo, gli altri restino affamati?
No, noi non sappiamo cos’è amare ne cos’è essere giusti.
Un altro esempio.
Pensiamo al fratello maggiore del figliol prodigo, pensiamo ai rimproveri che lui rivolge
al padre: “Non c’erano stati vitelli grassi e feste per lui”.
Per la verità, credo che questi rimproveri sarebbero usciti anche dalla nostra bocca se fossimo
stati al posto di quel figlio maggiore.
Duri di cuore davvero anche noi….
Perché noi non soffriamo nel vedere un’anima perdersi e abbruttirsi nel peccato,
non soffriamo per un’anima che si rovina nella corruzione e nel vizio; non ci sentiamo feriti
quando un fratello ferisce Dio, quando pecca contro Dio.
Se avessimo sofferto quanto soffrì il padre per quel figlio traviato, per quella coscienza distrutta,
per quella purezza infangata, avremmo fatto festa con il padre, con la stessa gioia di lui!
Avremmo gioito anche noi per il ritorno del fratello prodigo, avremmo esultato anche
noi ad ascoltare quella confessione, quel pentimento: “Padre, ho peccato contro
il cielo e contro di te; non sono più degno”.
Ma noi siamo tanto cattivi da pensare ai vitelli grassi quando c’è un’anima che si salva!
Noi non sappiamo amare, amiamo di più quelle cose che si devono amare di meno e
amiamo di meno le anime, che invece a Dio premono più di tutto.
E gli esempi potrebbero continuare.
Preghiamo allora, che Gesù non scompaia in noi, come scomparve alla vista dei due
discepoli di Emmaus, che Gesù resti con noi oltre il declino; che resti con noi perché
non si faccia sera nella nostra anima, che resti con noi per educarci alla sapienza del cuore;
che resti con noi, Lui, che ha preso un volto per mostrarci il volto del Padre,
Lui che ci ha parlato per farci intendere la Parola del Padre, Lui che si è squarciato
il cuore per farci intravedere il cuore del Padre, Lui che ha avuto un solo desiderio,
sempre presente, riportare tutto e tutti al Padre, nel seno del Padre suo e nostro.
Rimani con noi, Signore!
Non tramontare!
E sarà la nostra conversione alla gioia!





giovedì 5 aprile 2012

Col Cuore al Getsemani

Una grande Basilica si erge quasi a difendere una roccia all’incuria del tempo,
racchiude in se una grande reliquia dell’agonia di Gesù, una reliquia tragica, impressionante; è la roccia dove Cristo agonizzò, sudando sangue
e invocando conforto dagli uomini e da Dio.
Ma gli uomini dormivano e il Padre taceva.
La roccia è rimasta quasi impregnata da quell’accasciamento e, nel suo
immenso significato emerge dal pavimento e si curva davanti all’Altare.
A un tiro di sasso dalla roccia, dice il Vangelo, c’è l’orto del frantoio con
gli ulivi millenari squarciati che sembrano testimoniare partecipi di quell’agonia.
Pensiamo di entrare e di meditare sulla notte del Getsemani,
però prima vorrei meditare con voi sul Dio del Getsemani.
Non basterebbero giorni e giorni per riflettere questo mistero;
noi purtroppo possiamo soltanto sfiorarlo con qualche povero cenno.
Noi abbiamo la fortuna di appartenere ad una religione rivelata,
cioè una religione che per fede riteniamo originata da Dio, un Dio che ha parlato agli uomini
di tutti i tempi ed ha comunicato loro la sua legge, i suoi comandamenti.
E la nostra religione cristiana si erge su tutte le altre, perché ha accolto la rivelazione di Dio,
diverso dalle attese carnali dell’uomo, ha accolto non un Messia glorioso sulla terra,
ma un Messia glorioso nei Cieli; ha accolto il Crocifisso, l’Uomo dei dolori…….!
E non è proprio questo il Messia annunciato dalle profezie contenute nella Bibbia?
Nessuna religione al mondo, eccetto il cristianesimo, crede in un Dio sofferente,
un Dio torturato e oltraggiato, un Dio incarnato e soggetto a morte.
La nascita di Cristo, la sua sofferenza e la sua morte, mettono un sigillo di unicità al Dio dei cristiani.
Si può dire con poche e povere parole, che mentre le altre religioni si fossilizzano,
in un Dio lontano dall’uomo vivente, estraneo al suo sentire e al suo soffrire, il cristianesimo
si anima nell’abbraccio di un Dio vivente, un Messia palpitante con gli uomini di tutti i giorni.
Perciò il cristiano vero si arricchisce di umanità, nell’abbraccio di un Crocifisso che,
è più umano dell’uomo, è tutto dolore e Misericordia.
Dolore e Misericordia, sofferenza e Amore, sono i 2 pilastri su cui poggia l’arcobaleno dell’umanità;
se Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, questo Dio non può essere lontano da questo arcobaleno.
Se l’uomo desidera----come desidera----Dio, allora Dio deve desiderare l’uomo; se l’uomo-----sua
immagine-----è in cerca perennemente di Dio, allora Dio deve essere perennemente in cerca dell’uomo.
Cristo è venuto fra noi come Verbo, come Parola, per parlarci di questo Dio vicino, di questo Dio che ci cerca;
è venuto per dircene il nome: “Padre, ho manifestato il tuo nome agli uomini”.
E il nome che Gesù ci ha rivelato del Padre è Amore, è tenerezza, è paternità, è condivisione e trepidazione.
Il Figlio di Dio, questo Cristo dolente e amante, è venuto fra noi per manifestarci,
che il Padre non si è chiuso in un olimpo; “giustiziere”, ne in un olimpo; “fanatico”.
Cristo è venuto a rivelarci che il Padre ci ama, ci ama tanto da inviarci lo Spirito di Verità,
affinché ispiri nella nostra vita la verità; ci ama tanto da dare il suo Figlio diletto per riscattare
il peccato dell’uomo; ci ama fino al punto da desiderare l’eterna Comunione con noi!
È questa la rivelazione che il Messia è venuto a farci sulla terra.
Nella sala alta del Cenacolo, poco prima di entrare nell’orto del Getsemani, Gesù ha detto:
“Chi ha visto Me, ha visto il Padre, Credetemi, Io sono nel Padre e il Padre è in Me…… Il Paraclito,
lo Spirito di Santità che il Padre vi manderà nel mio nome, lo Spirito di Verità vi guiderà”.
Allora con questa fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, con l’entusiasmo e il privilegio di questa
fede, entriamo nel Getsemani, uno fra i luoghi più “umani”, che il nostro Dio ci ha lasciato in suo ricordo.
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsemani e, disse ai discepoli: “Sedetevi qui,
mentre Io vado là a pregare”.
E presi con se Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia.
Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con Me”.
E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio,
se è possibile passi da Me questo calice!
Però non come voglio Io, ma come vuoi Tu!” (Matteo 26,36-39).
Uscito dal Cenacolo, Gesù si è diretto verso l’orto dove era solito appartarsi con i suoi,
per passare la notte in preghiera.
Ha chiamato più vicini a sé Pietro, Giacomo e Giovanni; si è allontanato alcuni passi e si è prostrato a terra.
San Luca precisa: “Entrato in agonia, il Signore pregava più intensamente; e il suo sudore divenne come
gocce di sangue che cadevano a terra”.
È questa dura e crudele sofferenza che noi vogliamo meditare.
Ma c’è un atteggiamento interiore che vorrei raccomandare a me e a voi quando riflettiamo sull’agonia
di Gesù; ed è un atteggiamento di umiltà.
Perché, siamo davanti ad un vero uomo, ma siamo davanti anche al vero Dio, non dimentichiamolo.
Non possiamo toglierli tutti i veli, non possiamo penetrare del tutto il Lui; la sua dimensione
spirituale resterà sempre in qualche modo impenetrabile a noi uomini.
Invece, purtroppo, noi ci abbandoniamo spesso a interpretazioni presuntuose su questa agonia di Gesù.
Interpretiamo la sua divina esperienza con la nostra meschina esperienza; pretendiamo di radiografare
e di leggere quel patimento con i nostri miseri sensi; con le nostre lenti miopi.
Osiamo perfino ridurre tutta l’angoscia di Cristo a una paura; la paura dei chiodi, della crocifissione,
della morte; come se il sublime Rabbì di Nazareth fosse meno eroico del povero pescatore Simon Pietro,
che abbracciò la croce con slancio, con entusiasmo; per poi defilarsi per paura, alla prima occasione
capitatagli per dimostrare al Maestro il suo amore per Lui.
Vorrei però cercare di sfiorare con umiltà il mistero della sofferenza di Gesù nel Getsemani.
Nell’Antico Testamento la sofferenza era vista come una disgrazia; la si riteneva un castigo di Dio
(però non siamo tanto lontani neanche adesso).
I Salmi traboccano di grida di angoscia e di suppliche; si invoca incessantemente Dio per essere liberati
dai mali che appaiono come un marchio di condanna, un marchio di indegnità e di scandalo per gli altri.
Finche avviene una folgorazione, attraverso i Profeti, uno sprazzo di luce sconvolgente; c’è la scoperta della sofferenza e del suo valore di redenzione; una scoperta che si precisa ed emerge nella profezia di Isaia.
Si staglia all’orizzonte dell’Antico Testamento la figura misteriosa dell’Uomo dei dolori,
“disprezzato e reietto dagli uomini, familiare col patire”.
Segno distintivo di quest’Uomo dolente è il patimento; ma la colpa non è in Lui; Egli è innocente;
e nonostante tutto si confonde con i peccatori, portando su di sé la loro colpa:
“Ha portato i nostri affanni, si è addossato i nostri dolori, è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il nostro castigo si è abbattuto su di Lui, per le sue piaghe siamo stati guariti”, annuncia Isaia.
Questa profezia del Messia, illumina come un bagliore nella notte dei tempi la figura e la missione
di Gesù di Nazareth; illumina la sua rivelazione.
E ci accorgiamo che Cristo non è venuto soltanto a portare la legge dell’amore,
ma è venuto a portare la fede nel dolore; è venuto a restituire dignità al dolore.
Dall’alto della collina delle Beatitudini egli annuncia il dolore come gloria: “Beati quelli che
piangono”…….. annuncia il dolore non più come segno di castigo, ma come segno di predilezione per
coloro che lo porteranno per amore di Dio e degli uomini.
La passione e la morte di Cristo, divengono la pienezza delle rivelazioni del disegno di Dio; il trionfo dell’Amore.
Nella croce di Cristo esplode la vittoria dell’Amore.
L’angoscia mortale di Cristo nel Getsemani è dunque l’esplosione di questa vittoria.
E Cristo stesso ce lo dice: “L’anima mia è turbata; e che dirò? Padre, salvami da quest’ora?
Ma è per questo che sono giunto a quest’ora!
Cristo dunque, venne per l’ora che batte nell’orto degli Ulivi. Ricordiamolo!
Cristo venne per l’immensa agonia che ci avrebbe portato l’immensa salvezza.
Allora, non vi pare che la nostra meditazione sul Getsemani si stia snebbiando?
Ora comprendiamo che il nostro errore più grande è quello di voler rimpicciolire, immiserire,
le sofferenze del Salvatore del mondo; è quello di ridurre le sue innumerevoli sofferenze a una sola sofferenza;
è quello di livellare le sue misteriose sofferenze al livello delle sofferenze che noi conosciamo;
è quello di adeguarle a misura nostra, mentre esse erano a misura del Messia, del Figlio di Dio.
La misteriosa sofferenza di Gesù, fu una somma di sofferenza tale che nessun uomo ne avrebbe
mai potuto portare una uguale.
La sofferenza di Cristo fu un oceano di sofferenze.
Le ondate del dolore fisico e psicologico, furono così violente da fargli sudare sangue; perché erano
le ondate di tutto il nostro dolore; dei nostri mali, delle nostre solitudini e dei nostri supplizi.
E su di esse si abbattevano senza respiro i flutti dei patimenti morali.
Sulla riva del Cuore Amante di Gesù, venivano a infrangersi tutti i tradimenti, tutte le offese,
tutti i raccapriccianti peccati che l’uomo avrebbe commesso, infrangendo la legge di Dio.
Colui che era Figlio di Dio, tutt’Uno col Padre, ne riceveva lo schiaffo.
Io credo che nella trasparenza del calice amaro del Getsemani, Gesù intravide tutto il dolore paterno!
E fu l’anticipo del fiele che gli avrebbero fatto bere.
Ma tutto questo era ancora poco.
Era ancora poco perché tutto fosse compiuto.
Ai dolori fisici e morali si doveva aggiungere il dolore estremo, il dolore più straziante per il Figlio;
quello di perdere il Padre, quello di restare senza di Lui.
Il Vangelo ci rivela in tanti modi che Gesù godeva il favore della presenza del Padre,
dell’unione mistica con Lui.
Quando il Padre, come ultima prova si nascose a Gesù, lo spezzarsi di quel legame prezioso dovette essere
per il Figlio di Dio come uno schianto esistenziale, dovette assomigliare allo spasimo di uno cui si toglie l’aria.
Io credo che a quel dolore il cuore di Cristo non resse: “Padre, se è possibile, si allontani da me questo
calice”……. la perdita di quella luce dovette essere per Gesù come un’insostenibile;
“notte oscura”……”una notte dello spirito”, un deserto di tenebre, di abbattimento; terra natale della morte,
notte dell’abbandono, caverna della desolazione; notte altissima di ore terribili, in cui Dio è ignoto all’anima.
L’anima vuol sentirlo ad ogni costo, ma dove ritrovarlo? Dove cercarlo?
Nulla rimane, se non fare ascendere al trono del Padre questo lamento: “Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato?”.
Nel Getsemani, Gesù visse l’ora per la quale era venuto, l’ora della vittima d’Amore per eccellenza:
“Sacerdote in eterno”, che soffre e si offre per la nostra salvezza.
Impariamo a tacere davanti a Gesù agonizzante.
Il nostro compito non è quello di scoprire, di comprendere, di misurare il dolore di Gesù;
il nostro compito è quello di vegliare con Lui nell’ora del dolore.
“Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?”. (Matteo 26,40)
Il luogo più importante credo sia il Getsemani, perché in quel luogo il Salvatore non ci ha dato ma ci ha chiesto;
e a questo Cristo che chiede non si può non rispondere; non si può chiudere il cuore ma bisogna spalancarlo.
Che ora stupenda, è l’ora in cui Gesù ci chiama a stargli vicino mentre prega!
Quante emozioni, quante commozioni!
Nel buio dell’agonia, affiorano i lineamenti di Gesù orante, di Gesù maestro di interiorità.
Noi pensiamo troppo poco ai grandi momenti di preghiera del Signore; eppure, quante volte
il Vangelo li sottolinea: “Gesù si ritira a pregare…..Gesù invita gli Apostoli a pregare…….”.
Non consideriamo mai abbastanza che Gesù è l’Essere più religioso che sia vissuto su questa terra;
e dimentichiamo sempre di chiedergli di ravvivare la nostra religiosità, la nostra devozione:
“Signore, dovremmo dirgli, come gli dissero gli Apostoli; insegnaci a pregare!”.
E sarebbe già questa una bellissima preghiera.
Ora, mentre Lui prega, prostrato, noi scopriamo che Cristo non è altro che una preghiera vivente;
che la sua esistenza non è stata altro che una continua ricerca di contatto con il Padre;
che nel rapporto con il Padre, Cristo trova l’ispirazione per la sua Parola, per i suoi Atti;
scopriamo che in Lui non ci sono differenze tra il vivere e il pregare, ma è pregando che Egli apprende
come incarnare l’Amore che lo lega al Padre; scopriamo che la sua preghiera non è; -----come lo è per noi---,
uno stanco mormorio di labbra, ma è la ricerca struggente di ciò che il Padre vuole, desidera e attende.
Non so se anche voi vi sentite come attirati, calamitati, ad entrare un po’ di più dentro questo Gesù
del Getsemani, che prega, che soffre, che geme: “Vegliate con me, restate con me almeno un’ora!”.
Non sentite anche voi un’emozione particolare a questa supplica?
Sembra come l’invito ad una condivisione più intima, ad una vicinanza più stretta, ad un legame più assoluto.
Credo che il Getsemani ci lancia un invito speciale; più che a pregare, più che a meditare ,
il Getsemani ci invita a contemplare Cristo.
“Contemplare”, è l’apice della preghiera, contemplare è rinunciare alle proprie parole,
alle proprie inclinazioni; “contemplare”, è diventare soltanto sguardo, ascolto e penetrazione.
“Contemplare”, è cercare di conoscere Dio più di noi stessi; “contemplare”, è distogliersi da noi,
per fissarsi in Dio, sulle bellezze e sulle meraviglie di Lui; contemplare Dio,
è posare lo sguardo sul Dio vero; ed è sentire il suo sguardo, come si sente lo
sguardo della persona amata, quando ci è vicina e noi chiudiamo gli occhi.
Contemplare Lui è dimenticarsi di noi e sciogliersi in lui.
San Paolo dice: ”Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.
Mi pare che ci aiuti a capire cos’è la comunione con Dio, che si realizza pienamente
soltanto immergendosi in Lui.
Ascoltatela e non la dimenticherete più.
Non si conosce Dio dalla dottrina o dalle immagini.
Il segreto del vero possesso è l’incontro, è la comunione, è un lavoro di fusione che non finisce
mai e che è sempre suscettibile di perfezionarsi.
Vi sarà qualcosa che si perde di noi ma non è una perdita, è una conquista; ciò che noi stiamo
per diventare è più splendido e appagante di ciò che eravamo prima!
Dalla grotta del Getsemani, il Signore ci invita a conoscerlo in questa maniera totale,
in questa fusione crescente e lievitante.
Restate con me, rimanete con me!
Si, restiamo con Lui, immaginiamoci in Lui!
E alla fine grideremo anche noi: “Sono io! Io che vivo, io in Lui e Lui in me!
Lui l’oceano di cui siamo i granelli di sale. Lui, la vite di cui siamo i tralci!”.
Venne la terza volta e disse l’oro: “Dormite ormai e riposatevi!
Basta, è venuta l’ora; ecco il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori”.
(Marco 14,41)
Al termine della cena nella sala alta del Cenacolo, il Signore aveva iniziato la sua stupenda
preghiera dicendo: “Padre, l’ora è giunta……!
Al termine della sua preghiera nel Getsemani, questa stessa frase torna nuovamente
sulle labbra di Gesù! Ecco è giunta l’ora……”.
L’ora del Salvatore è paradossalmente l’ora della passione.
Ma è anche l’ora della sua glorificazione.
Attraverso l’ora del suo sacrificio, Cristo passa dalla gloria effimera delle folle, alla gloria perenne del Padre.
Il titolo di gloria di Gesù davanti al Padre è la sua volontà di riscattare il genere umano, di
riconciliare il Cielo con la Terra, di restituire al Paradiso i figli scacciati.
Per questa gloria Cristo si è caricato della Croce, si è addossato i nostri affanni e i nostri dolori,
è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità, castigato e umiliato
fino alla morte sul Golgota; tutto è stato consumato, tutto è stato vinto da Lui.
Tramite Lui, gli uomini hanno recuperato la sorte di figli di Dio e con Lui risorgeranno.
Ma in nome dell’Amore che è comunione, è necessario che tutti noi portiamo la nostra porzione
di sofferenza, di passione, per partecipare alla glorificazione di Cristo.
Anche per noi, deve giungere l’ora del dolore in attesa dell’ora della gloria.
È stato detto: “Nessun uomo è senza dolore; e se così fosse, non sarebbe un uomo”.
Perché l’uomo è sensibile, è comunione; se anche non soffrisse mai per sé, soffrirebbe per
quelli che soffrono, altrimenti sarebbe disumano.
Tanto meno il nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è disumano.
Difatti;----come dice San Paolo-----Cristo Gesù pur essendo di natura divina, non considerò un
tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso assumendo forma umana.
Anche la sua preghiera nel Getsemani, è in forma umana:
“Padre se è possibile allontana da me questo calice!”.
Sembra che Cristo voglia dire a ciascuno di noi.
Prega anche tu così, come ho pregato Io.
Puoi chiedere anche tu che il tuo calice si allontani da te.
Il Padre è un Dio pietoso, è un Dio che ti viene incontro, un Dio che, se possibile,
ti toglierà questa croce dalle spalle. PREGA!
Il Padre è un Dio giusto che in ogni modo userà la tua preghiera a tuo favore e come una moneta;
te la scambierà con l’oro del conforto, della dolcezza, del coraggio per aiutarti a portare quel peso quale offerta.
Spesso parliamo dei Santi, dei mistici, dei martiri, che sono stati chiamati alla vocazione
della sofferenza per amore di Cristo e delle anime.
Ma Dio non chiama soltanto i grandi santi a soffrire con Lui, chiama innanzitutto i sofferenti,
chiama i desolati, gli ammalati, i moribondi, chiama coloro che patiscono ingiustizie, delusioni,
solitudini: “Non soffrite senza scopo, -----Egli vorrebbe dir loro----- non soffrite senza lucerna accesa,
offritemi le pene che vi pesano sul cuore, che vi pesano sulle spalle, che vi pesano sul cammino;
offritemi la vostra rassegnazione alle prove che non potete sfuggire, ed io le gradirò, le farò profumare
e le presenterò al Padre che le considererà come un talento trafficato, un talento moltiplicato”.
Gli uomini che non conoscono Cristo, o che lo rifiutano, portano la croce senza offrirla e
senza trasfigurarla; il più delle volte nella disperazione.
Ma noi cristiani possiamo portare la nostra croce per amore di Cristo, offrendola a Lui e
trasfigurandola in speranza di felicità eterna.
Tempo fa in un monastero di clausura, una suora anziana mi diceva: “Sono in monastero da 52 anni,
sono molto malata e soffro molto, ma non desidero di morire, perché penso che allora cesserei di amare.
È proprio questo che serve alla Chiesa per salvare i fratelli; soffrire e amare.
Non l’ho chiesta io la mia sofferenza, perché dovrei chiederne la fine cessando di salvare i peccatori?”.
Che meravigliosa intuizione ha avuto quella suora!
Che fede stupenda e luminosa!
Servire Dio con il dolore che non abbiamo chiesto, ma che ci è piombato addosso!
Le forze più vive della Chiesa di oggi e di sempre sono queste anime devote e generose
che trovano l’amore nel dolore.
Io credo che nel Calice dell’Altare, insieme al suo Sangue, il Signore ci fa bere anche il suo Amore;
quel Calice diventa come un filtro d’Amore; nutriti da Cristo, si diventa innamorati anche noi;
per chi accetta di berlo, il Calice della passione, diventa Calice di gioia.
Allora, quando una grande prova si abbatte su di noi, non chiediamoci se quella prova è giusta o ingiusta,
non diciamo: “Perché a me? Perché questa croce?”.
Crediamo invece all’uso divino che Dio fa di quella sofferenza!
Noi sappiamo bene quante grazie strappano a Dio i santi con il loro fiat; allora anche noi,
di ogni prova non voluta facciamone un atto di fede e di generosità.
Comprenderemo così la straordinaria affermazione di San Paolo, quando scrive: “A voi è stato
concesso di patire con Cristo!”-------Concesso------, come un privilegio; concesso!
È questa la forza, la gioia, la grazia che distingue i cristiani, perché credono in un Dio sofferente.
L’uomo è sempre sofferente, ma il cristiano sofferente ha il privilegio di soffrire con il suo Dio.
“Quello che dico a voi lo dico a tutti; vegliate!”. (Marco 13,37)
Quante volte il Signore dovette ripetere agli Apostoli in quella tragica notte: “Vegliate!”.
E quante volte anche noi ci facciamo ripetere: “Non sapete vegliare neppure un’ora con Me?”.
Quando in una mattinata nebbiosa il sole si fa largo e rischiara la nebbia fino a sconfiggerla e fa
brillare le gocce di nebbia adagiate sugli alberi, dentro di noi se ne va la tristezza e ritorna il sorriso.
Allora destiamoci, scrolliamoci di dosso la nebbia che ricopre i nostri occhi e offusca la nostra mente!
Il Getsemani è il luogo dei nostri appuntamenti con il nostro Dio; e che sia anche il luogo del nostro
ravvedimento, il luogo dove ci svegliamo per riparare alle nostre miserie!
Credo che il Getsemani, non sia solo un luogo della Terra Santa, ma è il confessionale dove si piange
il nostro sonno e dove ci si impegna a convertirci; anzi più che a convertirci; ci si impegna ad
una conversione costante; cioè ci si impegna a un costante esame di coscienza, non
dimenticando-----cosa che invece è tanto facile dimenticare------, di interrogarci sui nostri quotidiani
peccati di cristiani, cristiani in famiglia, cristiani nel lavoro, in parrocchia e cristiani in cammino.
Per stimolarci a questa continua revisione interiore, dobbiamo continuamente fare un esame di coscienza,
perché c’è sempre la tentazione che si insinua in noi, quando crediamo di essere cresciuti nella fede.
Ci crediamo pronti, sicuri, forti, vorremmo addirittura condividere la sua passione, per poi traballare
alla prima avvisaglia della sofferenza!
Ma la vera Passione del cristiano, cos’è!
1. La passione, la nostra passione, noi dobbiamo attenderla.
2. Noi sappiamo che deve venire.
3. Il sacrificio di noi stessi, noi l’aspettiamo.
4. Come un ceppo sul fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati.
5. Come un filo di lana reciso dalle forbici, così dobbiamo essere preparati.
6. Come un giovane animale che viene sgozzato, così dobbiamo essere uccisi.
7. La passione, la passione con la P. maiuscola. Noi l’attendiamo.
8. L’attendiamo ed essa non viene.
9. Vengono invece le passioni: “Le passioni, queste briciole di passione che hanno lo scopo, Signore,
di ucciderci lentamente per la tua gloria, senza la nostra gloria”.
10. Sin dal mattino ci vengono incontro; sono i nervi troppo tesi o troppo lenti; è il latte che trabocca,
l’autobus che passa affollato, i bambini che tutto scombinano; è l’antipatia di chi lavora con noi;
è il telefono impazzito; è coloro che amiamo e non ci amano più, è la voglia di tacere e il dovere di parlare;
è la voglia di parlare e la necessità di tacere; è il volere uscire quando si è costretti a stare in casa e il
volere rimanere a casa quando bisogna uscire; è la persona a cui vorremmo appoggiarci e che invece dobbiamo sorreggere; è il disgusto della nostra fatica quotidiana, è il desiderio febbrile della nostra gioia quotidiana.
Così vengono le nostre passioni; in ranghi serrati o in fila indiana; e dimentichiamo sempre di dirci che
sono le passioni preparate per noi.
E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando un’occasione che ne valga la pena.
Perché abbiamo dimenticato che, come ci sono i rami che si inceneriscono nel fuoco, così ci sono le
tavole di legno che i passi lentamente logorano e che si disfano in segatura.
Perché abbiamo dimenticato che ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici e ci sono fili di maglia
che l’usura quotidiana lentamente consuma.
Perché abbiamo dimenticato che ogni martirio è Passione.
Da questa pagina sapiente impariamo a verificare la nostra maturità di cristiani; impariamo ad esaminarci,
a svegliarci, a “vegliare”, come ci chiede Cristo nel Getsemani.
Che ciascuno di noi si sforzi di vivere le passioni di ogni giorno, le proprie passioni ogni giorno.
Ed essi addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”.
Ed Egli rispose: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà; Giuda, il traditore,
disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto”. (Matteo 26022-25)
Preso il boccone, egli subito uscì, ed era notte. (Giovanni 13,30)
“Quello che bacerò è Lui, arrestatelo!”.
E subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve Rabbì”. E lo baciò.
E Gesù gli disse: “Amico, per questo sei qui!”.
Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. (Matteo 26,48-50)
Vogliamo riflettere sul tragico epilogo del giovedì Santo; il tradimento di Giuda.
Si sono fatti sempre tanti discorsi, tanti romanzi su questa figura impenetrabile e misteriosa.
Ma noi ora cercheremo di fare un discorso diverso dal solito, cioè di attenerci soltanto al Vangelo.
Anche Giuda è un “chiamato”, anche lui è stato scelto da Gesù quando là sulla collina della
Galilea -----come dice il Vangelo------ il Maestro ha costituito i suoi discepoli, affinché andassero
a predicare, avessero potere di guarire le infermità e di cacciare i demoni.
Giuda restò con il Signore fino all’ultima cena, fin quando, preso il boccone, uscì dal Cenacolo.
È come se con quella fuga, Giuda quasi non reggesse allo sguardo doloroso di Cristo fisso nel suo,
avesse detto: “Sì, sono io il traditore”.
Cos’era passato fra il primo “sì” di Giuda in Galilea, e il suo ultimo “si” nell’ultima cena?
Nel racconto evangelico di una cena precedente, la cena di Betania quando la Maddalena versò
unguento prezioso (il nardo) sui piedi di Gesù, suscitando il rimprovero di Giuda,
perché l’olio poteva essere venduto per darne il ricavato ai poveri Giovanni dà un giudizio duro
sul compagno: “Questo lo disse non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro e siccome
teneva la cassa, prendeva quello che gli mettevano dentro”.
Secondo Marco, fu proprio dopo quella cena che Giuda decise di consegnare Cristo ai sommi sacerdoti.
La stessa cosa ci dice Matteo, che precisa il premio del tradimento; trenta monete d’argento,
il prezzo fissato dalla legge per la vita di uno schiavo.
Ma stiamo attenti; queste notizie e questi giudizi sono stati scritti decenni dopo i fatti.
In realtà alla mensa nel Cenacolo, quando Gesù annuncia che uno di loro lo tradirà,
nessuno pensa a Giuda, nessuno dubita di lui.
Anzi, gli Evangelisti concordano nel dire che, rattristati, tutti cominciarono a chiedersi a vicenda
“chi di essi avrebbe fatto ciò”.
Dunque soltanto Gesù, in virtù dei suoi poteri divini, soprannaturali, sapeva tutto del tradimento
e del traditore.
Cos’è che motivò il distacco di Giuda dal Rabbì a cui si era promesso in Galilea?
Fu l’avidità del denaro?
Ma quei miseri trenta denari, non sembrano il prezzo giusto di una trattativa interessata;
sembrano quasi uno spregio in più, per il valore del Rabbì!
Forse un dato importante per capire Giuda è il fatto che lui è l’unico giudeo nel gruppo degli Apostoli,
tutti uomini della Galilea; questa cittadinanza ha certamente pesato nello svolgimento del dramma.
Si può pensare infatti che l’Iscariota fosse materialmente e psicologicamente vicino all’ambiente dei
Giudei di Gerusalemme, cioè agli intrighi politici e religiosi che avevano il loro focolaio nella cerchia
dei sommi sacerdoti, degli anziani, degli scribi, dei farisei; tutta gente che sognava l’arrivo di un capo,
di un re capace di scuotere il giogo di Roma.
E il Rabbì di Nazareth, sembrò certamente il personaggio ideale per questo ruolo.
Intanto, era della stirpe di Davide, la stirpe destinata a regnare su Israele, secondo le profezie;
era giovane, radioso, religioso, irreprensibile, era un grande taumaturgo, sempre assediato dalle folle,
ascoltato dal popolo; era sapiente, era un Rabbì straordinario come non se ne erano mai visti.
All’inizio perciò, Giuda può avere riversato sinceramente su Gesù tutto il suo entusiasmo;
e più Cristo diveniva popolare, più giustificava le speranze riposte in Lui.
Ma poco a poco però, Gesù cominciava a deludere i suoi sostenitori; sempre più spesso questo Rabbì
predica contro gli scribi e i farisei: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che imponete la decima, ma avete
trascurato le parti più importanti della legge; la giustizia, le misericordia e la fedeltà. Guai a voi!”.
Nel Vangelo di San Matteo ci sono splendidi brani sulle ammonizioni di Gesù,
ammonizioni preziose anche per raddrizzare la nostra mentalità, non sempre lontana da quella farisaica.
Ogni giorno di più il Signore manifestava la sua indifferenza e il suo disprezzo per i regni di questo mondo,
per la gloria di questo mondo: “Io non sono venuto per essere servito ma per servire”, diceva.
Non solo, cominciò anche a profetizzare la sua passione e la sua morte in croce, mandando in frantumi
i sogni di chi guardava a Lui come al trionfatore.
Quel Rabbì cominciava allora a far paura al potere religioso di Gerusalemme; il suo ascendente
sulla folla non è più gradito, anzi diventa pericoloso.
Dopo la clamorosa resurrezione di Lazzaro, la misura appare colma.
È impressionante il realismo della congiura narrata dal Vangelo:
E che facciamo-----si chiedono gli scribi------, mentre quest’uomo fa tanti miracoli?
Se lo lasciamo fare così ci screditerà e, i Romani distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione”.
E Caifa, il sommo sacerdote aggiunse: “Voi non capite e non riflettete come sia di nostro interesse
che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca l’intera nazione”.
Gli Evangelisti narrano che Giuda uscì dal Cenacolo dopo aver già trattato il tradimento.
E ci chiediamo, fu Giuda ad accostare per primo il potere, o fu il potere che accostò Giuda,
indovinando la sua disponibilità a tradire?
Oppure, come è più probabile, il rapporto tra costoro era di più antica data?
Domande inutili.
Gli Evangelisti ci dicono solo che, all’uscita del Getsemani il traditore si fece incontro a Gesù
guidando i soldati con le armi e le lucerne per illuminare il bacio del tradimento.
Ci dicono che poi Giuda si pentì di aver tradito sangue innocente e volle annullare quel fatto scellerato,
ma non riuscendovi, s’impiccò ad un albero e si uccise.
Quale fu la colpa più grave di Giuda; il tradimento o il disperato suicidio?
Diciamo piuttosto che la colpa più grave di Giuda fu una colpa “a monte”, a monte del tradimento
e della disperazione.
Giuda fu colpevole di essere stato scelto e amato da Cristo, di essere vissuto tanto tempo con Lui,
al calore della stessa mensa, sotto lo sguardo di quelle pupille, nel fascino di ore e ore trascorse in
preghiera e in ardenti colloqui con Lui e, ciò nonostante di non avergli creduto!
Di non avere creduto che Egli fosse il Figlio di Dio, come Egli asseriva di essere;
lo credette soltanto un uomo, sia pure giusto, sia pure innocente.
È significativo l’aggettivo “innocente”, usato da Giuda quando confessò il suo peccato:
“Ho tradito sangue innocente”.
Perché dimostra che neppure al termine della tragedia Giuda arrivò a chiamare Cristo col nome
di Signore, di Messia, di Figlio di Dio.
Io penso che il Signore avesse chiesto a Giuda: “E tu chi dici che Io sia?”.
Giuda non avrebbe mai risposto come rispose Pietro, ispirato dal Padre:
“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente”.
Se Giuda avesse avuto la fragilità di Pietro, ma anche la vibrante fede di lui, avrebbe capito che neppure
il suicidio pacifica, come pacifica il perdono di Dio; e sarebbe tornato, come tornò Pietro, in seno ai dodici.
Giuda morì disperato!
Non aveva capito che il perdono di Cristo era il perdono di Dio, non aveva accolto il Dio della misericordia.
Eppure, al momento dell’arresto, Gesù lo aveva ancora chiamato “amico”; non per patetica bontà,
ma per fargli capire che, nonostante il tradimento consumato, il traditore era ancora in tempo per
approfittare di un Dio “amico”, per approfittare di un Dio del perdono; Gesù volle invitare
Giuda a varcare in extremis la soglia che dal “Dio dell’ira”, immette al “Dio dell’amore”.
Ma Giuda non accolse neppure quell’ultimo invito, perché non aveva accolto la rivelazione di Cristo,
non aveva accolto Cristo.
La colpa più grave di Giuda, è quella che nell’ultima Cena, Gesù stesso annunciò il tradimento:
“Colui che mangia con Me, ha levato contro di Me il suo calcagno.
Ve lo dico fin d’ora prima che accada, perché quando sarà avvenuto crediate che io sono.
In verità in verità vi dico……chi accoglie Me, accoglie Colui che Mi ha mandato”.
Non credo che ci sia un giudizio più giusto di questo giudizio del Signore sul peccato di Giuda;
Giuda non ha accolto Gesù, perché non era del Padre.
Quale zona buia aveva quest’uomo dentro di se?
Quale ombra, quale tenebra, ancora prima del tradimento, gli impediva di “avere parte” con
il Padre e quindi con il Figlio?
Solo Dio ha visto in quel cuore.
C’è una domanda che spesso mi sento rivolgere: “Si sarà salvato Giuda o sarà stato condannato in eterno?”.
È una domanda che mi pare una tentazione, la tentazione di togliere a Dio i suoi veli, i suoi misteri.
Noi sappiamo che la giustizia di Dio è misericordiosa e, che la sua misericordia è giusta,
ma non sappiamo discernere il punto esatto in cui la giustizia divina si salda alla misericordia divina.
Non affanniamoci stoltamente a risolvere gli enigmi divini; commetteremmo il peccato di Giuda,
quello di considerare Dio come un semplice uomo, senza mistero.
Chi non sa godere del mistero di Dio, è qualcuno che sta già perdendo la fede;
e nel Getsemani noi dobbiamo andare invece per rinsaldare la nostra fede!
Dobbiamo essere orgogliosi della nostra religione “rivelata da Cristo”.
Dobbiamo essere entusiasti e grati per la fede che ci è stata donata;
la fede nella misericordia che ci salva dalla disperazione;
la fede nel perdono che ci addolcisce nell’umiltà;
la fede nella vita eterna che ridimensiona i drammi della vita presente;
la fede in Colui che ha detto di Se stesso: “Io sono il Salvatore”.